Poco prima dello scorso Natale, per motivi imperscrutabili mi è capitato di finire (non invitato) alla cena annuale di un Inter Club. Pizzeria interamente riservata ai tifosi nerazzurri, contati frettolosamente in almeno un centinaio, dove le quota rosa non erano minimamente rispettate (appena due le signore presenti). Sulla parete un enorme vessillo nero e azzurro a sovrastare le incessanti ordinazioni di pizze, tra gli invitati speciali anche il più conosciuto giornalista sportivo locale, di cui eviteremo di fare il nome per eventuali ritorsioni campanilistiche. Così, mentre finivo la mia pizza ai funghi porcini, e riflettevo sul significato di essere, nell’ordine, tifoso dell’Inter, tifoso, appassionato di calcio, amante della Sambuca, un bambino di circa tredici anni inizia a fissare me e il mio amico sedutomi accanto, intento a divorare la pizza ma soprattutto ad innescare luoghi comuni sul calcio. Il volto paonazzo del frugoletto tradiva la sua ansia di intervenire, di dire la sua, soprattutto, di smontare le mie teorie: stavo infatti sostenendo l’assoluta follia di un calendario spalmato sull’intero weekend, e la totale assenza di poesia in un campionato che si gioca dal venerdì sera al lunedì sera, che costringe gli appassionati ad estenuanti sessioni davanti alla tv, per riuscire a vedere tutto, ma soprattutto, svilisce la sacralità del “tutti in campo alle 15”, un punto di riferimento solido prima ancora che una certificazione di assistere a un evento ‘unico’, per l’appunto. Non fa una piega, no? Eppure, il bambino non la pensava allo stesso mio vetusto modo, e finì per esibersi in un puerile menefreghismo dei tempi antichi, sostenendo che “si dovrebbe fare come in Premier Lig, chè giocano anche a Capodanno, altro che!”. Io tentavo di far leva sui sentimenti del giovine supporter, “Sì ma non era più romantico una volta, eh?” ma lui della nostalgia non sapeva che farsene, lui voleva “ogni partita a un orario diverso, così posso vederle tutte in tv”. Ho finito la pizza, bevuto l’ultimo sorso di birra, in silenzio, ripensando ai poster di camera mia, e poi me ne sono andato.

Il bambino citato ha meno della metà dei miei anni, ed è cresciuto nel mito di un Inter vincente, del Triplete e dell’adorazione di Mourinho, o dei record di Mancini, ed è ovvio che non sappia proprio cosa farsene, di qualcosa di così patetico come la Nostalgia. Io tifo Inter invece dall’ormai lontano 1989, ho esattamente iniziato quando vinse l’ultimo scudetto del secolo, quando nessuno osava nemmeno immaginarsi, di vincere cinque (o quel che sono) scudetti di fila. Anzi. Ho vissuto gli anni più intensi del mio tifo proprio nel periodo più buio, più ridicolo e imbarazzante della storia nerazzurra, un periodo che è addirittura scaturito in un opportunista filone letterario, l’Interismo, che autocelebrava le nefandezze di una squadra inadatta non solo a vincere, ma perfetta per essere derisa, e dunque amatissima. Il bambino forse non lo sa, ma io mi ricordo, solo per citare un episodio, del boato durante la finale di Coppa Uefa del 1997, quella persa contro lo Schalke04 ai rigori, quella con un giovane e furibondo Zanetti che si spettinava tentando di menare l’allenatore, qualcosa di mai più rivisto, insomma, e me lo ricordo davvero il deflagrante boato al gol di Zamorano, roba da far impallidire Fuorigrotta, un boato così furibondo e catartico che nemmeno a Madrid per Milito. E qui posso dirlo, lontano dai fanatismi dei Club ufficiali, era bellissimo tifare Inter in quegli anni, era bellissimo essere derisi e compatiti per una squadra che “non vinceva mai”, e non perché fossi più giovane di ora, o meno disilluso, ma perché era più facile innamorarsi di qualcosa molto più spoglio e pressapochista e dunque umano, rispetto a una qualsiasi squadra degli Anni Zero, vincente o perdente non ha importanza. Ma non c’è posto, al tavolo dei tifosi, per la nostalgia. E non ho davvero avuto il coraggio di rivelare che io, in camera, di tutti i poster possibili, tengo soltanto quello di Alvaro Recoba, il miglior piede sinistro degli ultimi quarant’anni, ma anche il giocatore più irritante degli ultimi cento anni, insopportabile nella sua indolenza eppure così seducente con quel tiro. Sì, lo ammetto, in camera non ho appeso nessuna foto per il Triplete, per una Coppa dei Campioni attesa da 45 (quarantacinque) anni, ma ho lasciato ingiallire la foto di Recoba che esulta, come si fa a non innamorarsi di un giocatore che esordisce e ribalta il risultato con due tiri da metà campo? Roba che nemmeno in Holly e Benji, voglio dire. Sì, soffro di nostalgia e i tempi perdenti mi sembrano migliori di quelli dorati, eppure in questo calcio, in tutte le sue forme, la nostalgia sembra essere una forma sopportata di minoranza sociale, un vezzo folcloristico di una minoranza che non si vuole adeguare ai tempi moderni e rimane confinata nella sua riserva indiana, a giocare a Subbuteo o rimpiangere la numerazione dall’1 all’11. Strano, in un mondo dove ormai invece tutto è nostalgia, dove la musica continua a celebrare gruppi composti da 60enni, dove “il rock è morto” (cit.), dove in letteratura si dice che tutto è già stato scritto, dove ogni aspetto della cultura popolare è permeato da continui revival di epoche già vissute e digerite e biodegradate, il calcio invece (a differenza di sport come il ciclismo, dove ancora oggi si cita un Magni o un Bartali accanto a un Basso o un Nibali, dove il Mito convive quasi naturalmente con la Contemporaneità) mostra i muscoli, riempie d’oro fittizio i numeri di maglia e la grafica in sovraimpressione, droga con effetti sonori degni di uno sparatutto le cronache televisive, si trasforma in spettacolo di cartapesta dove essere nostalgici significa essere sopportati, sì, ma compatiti, dove i quotidiani sportivi italiani celebrano indegnamente con titoli imbarazzanti per grammatica e (assente) ironia gente inutile come Tevez mentre all’estero Messi vince il ventiquattresimo pallone d’oro di fila, dove tutto si spoglia per rendersi più leggero nella vana rincorsa del Tempo Reale, della Diretta alla Sky Sport 24 che liquida partite, gol, interviste, commenti nel giro di mezzora. E non significa, tutto questo, affermare la superiorità di un Dario Hubner o di un Gigi Meroni rispetto a un Di Natale o a un Cassano, quanto contestare la mancanza di spessore nella recita quotidiana ormai priva di qualsiasi sapore.

Lo scorso 4 gennaio il Guerin Sportivo ha celebrato il suo centenario: è l’unico periodico al mondo ad aver raggiunto i 100 anni di attività. Tutti gli altri, hanno chiuso prima o sono nati dopo. E’ un esempio unico al mondo di resistenza, oltre che di incrollabile spirito critico applicato a un ambiente così rigido come il calcio italiano: ha saputo sferzare con penna audace i luoghi comuni, con una critica che non ha mai risparmiato nessuno. E’ riuscito ad essere il più brillante e innovatore nel suo periodo di maggior successo, i meravigliosi anni ‘80 (per la vittoria del Mundial in Spagna fece registrare la tiratura record di 300mila copie, oggi, per dire, la Gazzetta, un quotidiano, ne vende ogni giorno in media 350mila), per poi arrivare col fiato cortissimo alla fine degli Anni Zero, abbandonato da praticamente tutti, sicuramente da quel bambino tifoso che agogna partite in diretta tv ad ogni ora del giorno. Eppure è ancora in edicola, sebbene abbia subito un drammatico passaggio a un’edizione mensile, sebbene praticamente tutta la redazione sia stata licenziata, e a fare il giornale sia rimasto soltanto il direttore Matteo Marani. Ma anche oggi interpreta, se vogliamo, lo spirito dei tempi, applicando l’unica ricetta sostenibile per una pubblicazione cartacea: quella della Nostalgia. Oggi il Guerin Sportivo è infarcito di un modo di guardare il calcio completamente anacronistico, infatti, eppure indispensabile per la sua sopravvivenza: riflette, invece di riportare risultati, analizza, invece di commentare sbrigativamente, e puntualizza, soprattutto, e ricorda, senza nessuna vena retorica, i tempi che furono. Con una scrittura adeguata e competente. E solo così, solo facendo leva sulla Nostalgia, riscopre lettori. Quasi un paradosso, ma sembra l’unica via per riuscire a scrivere come si deve di calcio, che è qualcosa di molto di più di una partita di 90 minuti tra scommettitori e cocainomani. E saper scrivere bene di calcio significa anche e soprattutto far riscoprire la sua vera essenza.

Alcuni tra i pochi momenti della mia vita di cui vado orgoglioso sono proprio collegati al Guerin Sportivo: quando venne pubblicato lo stemma della mia squadra di calcetto del liceo, oppure la mia lettera nella rubrica “La posta del Direttore” che glorificava la superiorità dei “4-3” sugli “0-0”, ma soprattutto quando, sul numero in edicola il 19 aprile 2005, venni citato dal direttore Aloi nel suo editoriale sull’ignobile petardo lanciato a Dida durante un derby di Champions League tra Milan e Inter. Forse sono vecchio e patetico io, a tenere in camera appeso il poster di Recoba e non di Milito, forse sono nostalgico io a continuare a comprare un giornale fatto di ricordi, invece di notizie, ad amare letteralmente un giornale che parla di calcio ma trasuda umanità, a volergli bene come un figlio e ad emozionarmi quando, sempre il direttore uscente Aloi, rispose alla mia email dove lo salutavo con un semplice e per nulla artificioso “Grazie Fabio”. E basta. Solo l’essenza. Vallo a spiegare, a quel bambino, cosa sia l’essenza, del calcio: la sedia alzata da Mondonico, i calzoni rossi di Rozzi, il beretto di Osvaldo Bagnoli. Eccetera. Chiamarla Nostalgia, questo bisogno fisico di Essenza, è prima di tutto disonesto. E’ giunto il momento di riscrivere il vocabolario.

Note

  1. kika23 ha rebloggato questo post da sonofthestage e ha aggiunto:
    workbench 2.05: Someone still loves you, Bruno Pizzul: Non è uno sport per vecchi
  2. sonofthestage ha rebloggato questo post da pizzul
  3. postato da pizzul